downloadNel dilagare di blog – senti chi parla!- uno in particolare ha colpito i Cannibali: Il Sapor dolce salato dei libri di Daniela Morchio. Il titolo, che dice e sottintende, ci ha stuzzicato l’appetito e così lo abbiamo catturato e infilato nel pentolone. La  mamma del blog,  Daniela,  è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche. In seguito ad esperienze all’estero in alcune organizzazioni internazionali ha aperto un blog, Il Sapor dolcesalato dei libri, con lo scopo di unire la letteratura alla cucina. Più precisamente, dopo un’analisi dei libri, vengono realizzate le ricette assaporate dai protagonisti dei romanzi, con uno sguardo attento alla qualità delle materie prime e alla salute.

R: Ciao Daniela, perché questo blog? Non sarebbe bastato un semplice litblog?
D: La quotidiana arte culinaria occupa una fetta importante della narrativa, in particolar modo quella contemporanea. Talvolta impreziosisce il racconto rendendo i protagonisti amanti della buona tavola, più simili a noi. Più spesso è iltema centrale attorno cui s’intrecciano numerosi romanzi.
R: Ti riferisci ad un autore in particolare?
D: Per cominciare citerei Simonetta Agnello Hornby la cucina assume un aspetto fondamentale della sua stessa vita e quindi, di rimando, in quella dei suoi personaggi.download (1)
È il caso de “ La Monaca” Feltrinelli, che si apre con una tavolata di persone sedute a gustare lo sfincione, un impasto tipico del palermitano e del trapanese simile ad una pizza“Poi diede a Carmela, che non si staccava dal suo fianco, un pezzo di sfincione alla palermitana -un letto di cipolle bollite e affettate, con pezzettini di acciughe e caciocavallo mescolati nell’impasto e appena visibili, e coperto da un croccante strato di pangrattato  spruzzato di olio d’oliva – e addentò il suo, conzato con patate tagliate sottili e melanzane.”
All’interno di un’altra sua opera, questa volta edita da Sellerio, “Un filo d’olio”, ben 28 ricette riportate fedelmente dalla sorella Chiara alla fine del libro, accompagnano l’infanzia della famiglia Agnello durante i mesi estivi trascorsi a Mosè, la tenuta di campagna nell’agrigentino. Assaporiamo,la minestrina primaverile di Giovannina, il cui segreto “era la lentissima cottura durante la quale gli ingredienti erano aggiunti uno alla volta, per non scuocerne nessuno.” Continuando con i primi ci imbattiamo nel lento rituale della preparazione della salsa di pomodoro:“La cottura iniziava dopo che il pomodoro, messo a bollire per una buona mezz’ora, era stato spremuto togliendo pelle e semi, ma c’erano due scuole riguardo alla preparazione della salsa «normale». Quella agrigentina prevedeva esclusivamente l’aglio[…] Quella palermitana prevedeva invece la cipolla.”Tra le portate principali annoveriamo poi dei “falsi” comeLa finta trippa di frittatine gialle, tagliate in strisce sottili e condite con pomodoro pelato e uno spruzzo di parmigiano, era più gustosa della trippa vera.” Oppure la tuma all’argientiera  con l’ambizione di  camuffarsi in un succulento filetto “che evocava in me immagini di bagliori di candelabri, porcellana fina e tovaglie impreziosite di download (2)merletti.”Proseguiamo nel nostro menù con le polpette di melanzane:“Oltre alla polpa di melanzana ben scolata e schiacciata con la forchetta, Filomena aveva già disposto gli ingredienti sulla balata di marmo ognuno nel proprio piatto, come le aveva insegnato mamma: mollica di pane, mentuccia e prezzemolo tritati, uova, sale, pepe, latte e caciocavallo grattugiato.”Non possono mancare certo i dolci:“Zia Teresa e mamma preparavano biscotti, pasticciotti con crema o amarena, panzerotti ripieni di crema di ricotta e cioccolato, spruzzati di zucchero a velo, e crostate.” E ancora“ Il biancomangiare era uno dei miei dolci preferiti. Ci volevano due giorni per prepararlo”. Terminiamo quest’abbuffata con un fresco gelo di mellone“ovvero di anguria. Mi piaceva spremere la polpa con le mani, pigiarla contro la superficie bucherellata del vecchio passapomodoro di alluminio – una specie di grattugia senza denti – e ascoltare il gocciolio del succo sul metallo”.
R: Che meraviglia! Negli scritti di Simonetta Agnello Hornby si respira molta Sicilia.
D: Eh sì, e restando sempre in Sicilia, è d’obbligo menzionare la scrittrice Giuseppina Torregrossa. Tra le tante prelibatezzene “Il figlio maschio”, Rizzoli,spicca la brioscia e granita con il tuppo“ Gustava poi la brioscia cominciando dal tuppo che spalmava di panna, prima di poggiarlo sulla lingua. La sua bocca si spalancava per non sprecare neanche una goccia di quell’adorato dolce.”
download (3)Ritroviamo integralmente questa ricetta in“Panza e Prisenza” pubblicato per Mondadori, un giallo in cui svariate ghiottonerie si amalgamano perfettamente al racconto. Tra un’indagine e un’altra della commissaria Marò, affondiamo la forchetta in un piatto di maccheroni alla paolina«C’è la pasta alla paolina, Sasà, piena di acciughe e salatissima, proprio come piace  te.»”Addentiamo spaghetti conUova di ricci, è quello che ci vuole” pensò. “E chissà che non sortiscano qualche effetto miracoloso.” Assaporiamo «Pasta con le sarde a mare» annunciò trionfale Marò. «Ti dimenticasti di comprare le sarde?» Il solito sarcasmo di Sasà. «No, è che era tardi e ho dovuto arrangiarmi.»”Pregustiamo una semplice «Pasta con le pezze! La minestra può sembrare una follia nel periodo estivo, ma per contrastare il caldo ci vuole altro caldo…”

R: Spostandoci in un’altra zona dello stivale cosa ci puoi raccontare?
D: Diciamo che se Feuerbach diceva che siamo quello che mangiamo, Clara Sereni sposa appieno questo pensiero e lo traduce in un libro “Casalinghitudine”, Einaudi, in cui ripercorre, con salti temporali che seguono soltanto il filo logico del menù, la sua storia personale, fatta di gente o di momenti storici, attraverso dei piatti, la cui spiegazione viene dettagliatamente mostrata a fronte. I manicaretti che incontriamo sono davvero tantissimi.I crostini di pane raffermorappresentano Nonna Alfonsa “Quando ho cominciato a farli in casa mia, i crostini, per un certo tempo ho usato il pane fresco: bisogna pur sprecare qualcosa, per recidere un cordone ombelicale”. L’amore verso la sua nuova mamma è legato a dei pomodori a funghetto. “Per stuzzicare l’appetito e mostrarsi padrona di casa, mammina mandò in tavola pomodori a funghetto e creatività, a me riservò i cuori di lattuga ed altre palpabili delicatezze.” Dei semplici gnocchi al semolino descrivono la zia Mela “Ce ne andavamo a prepararli nella sua cucina, noi due sole, mentre di là fervevano i preparativi. Imburrava la teglia e ritagliava i dischetti con una cura quasi religiosa”.

-continua su IL SECOLO XIX –

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

* Copy This Password *

* Type Or Paste Password Here *

*