Grani antichi di Gabriele Bindi

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Amici cannibali oggi metteremo in pentola del pane, o meglio Gabriele Bindi scrittore, panificatore giornalista che nutre una smodata passione per i grani antichi.
Gabriele Bindi classe 1973, dopo la laurea in filosofia con una tesi su Hoelderlin e il pensiero ecologista, si è dedicato alla scrittura e all’insegnamento della creatività. Giornalista di Terra Nuova, si occupa dal 2001 di ecologia e sostenibilità, collaborando con enti pubblici e privati sulle buone pratiche. Come divulgatore e formatore in comunicazione ha collaborato con diverse realtà del settore naturale tra cui Terre di Mezzo, Associazione Paea, Tra Terra e Cielo, Spring Color. Conoscitore della lingua tedesca, ha tradotto un libro sulla comunicazione nonviolenta per Esserci Edizioni. Lavora all’organizzazione di eventi, tra cui il Terra Nuova Festival. Da pochi giorni è uscito il suo libro GRANI ANTICHI edizioni Terra Nuova.
R: Innanzitutto vuoi illustrarmi perché sei interessato alla panificazione?
G:Sul pane e la pasta oggi pende la spada di Damocle. Ciò che ha nutrito per millenni adesso sembra che sia diventato un veleno, causa di malattie, infiammazioni, allergie, intolleranze, iperglicemia e tutta una serie di piccoli disturbi.
R: A tuo parere cosa ha provocato tutto questo?
Il cosiddetto miglioramento genetico ha completamente dimenticato gli aspetti nutrizionali. Il grano è profondamente cambiato a cominciare dalla struttura proteica. Per vari motivi oggi ci stiamo lentamente intossicando, stiamo cospargendo la terra di veleni, perdendo la fertilità dei suoli, e in tutto questo è responsabile anche la coltura cerealicola più diffusa al mondo.
Mangiamo il grano dalla mattina alla sera, dalla colazione, al pranzo alla cena, senza trascurare snack e merende. E il nostro MADE IN ITALY è solo di facciata, perché anche per la pasta si usa grano straniero, ben irrorato di pesticidi.grani-antichi-2
R: Tu cerchi di porre rimedio a questa confusione, mi pare, e lo hai fatto scrivendo GRANI ANTICHI.
G: Oggi tutti vogliono i grani antichi, ma la gente non sa ancora bene di cosa stiamo parlando. Scrivendo il libro ho voluto chiarire un po’ di equivoci e spiegare i vantaggi delle antiche varietà dal punto di vista agricolo, economico, nutrizionale. Per non parlare dei sapori ritrovati. Non è un ritorno a un passato mitologico, è un modo di guardare al futuro, rispettando la terra e dando la giusta dignità ai coltivatori.
Siamo in un periodo in cui c’è una grande curiosità verso questi frumenti, proprio perché le persone hanno il desiderio di cambiare qualcosa del loro stile di vita. C’è il rischio che la domanda superi l’offerta, ma questo è un motivo in più per cercare di accorciare le filiere, tornare a una produzione locale di quello che è il principale alimento degli esseri umani. Il pane quotidiano deve tornare a essere prodotto su scala locale. E i contadini devono avere la giusta remunerazione. Per fare questo c’è bisogno di sfuggire dalla logica delle multinazionali, adottare metodi di coltivazione magari meno produttivi, ma alla lunga più efficienti e sostenibili. C’è già grano a sufficienza per tutti in questo mondo! Bisogna dire la verità, permettere ai contadini di coltivare e scambiarsi i propri semi.
R: Mi sembra una grande idea. Il sottotitolo del tuo libro infatti è Una rivoluzione dal campo alla tavola, cosa intendevi?
G: Nel mio libro ho scelto di dare spazio alle nuove filiere agricole costruite dal basso: ho trovato diverse realtà autentiche in ogni regione italiana. Questo libro mi ha permesso di viaggiare, ho raccolto l’opinione di medici, nutrizionisti, agronomi, genetisti, ma soprattutto ho dato voce a tante persone straordinarie che coltivano e trasformano con passione questi grani. Credo che sia una vera rivoluzione nel modo di produrre e pensare al cibo.
R: Quali sono i grani antichi e soprattutto dove si trovano?
Si va dal farro monococco, il più antico di tutti, al Khorasan, fino a varietà della prima metà del secolo scorso come il Senatore Cappelli. In ogni regione ci sono grani diversi, adatti a ogni piatto e a ogni circostanza. Difficile nominarli tutti. Tra i duri mi piace ricordare la Timilìa, la Saragolla, il Perciasacchi. Tra i teneri la Solina, la Maiorca il Gentilrosso, la Risciola, il Frassineto. Beh…sono davvero tanti. Il libro vuole aiutare a individuare tutti gli ecotipi regionali, insieme ai loro produttori.
R: Il farro è un cereale che usiamo spesso su Tre Civette Sul Comò. E lasciando da parte pane e affini, in cosa ti cimenti in cucina?
Amo improvvisare ai fornelli, farro e zuppe sono sempre state le mie specialità, ma mi diletto anche con i secondi
R: Mangi il foodstreet? Cosa in particolare?
Sono tendenzialmente vegetariano, ma alle acciughe fritte mi è difficile resistere.

– continua su IL SECOLO XIX –

La bruciante freschezza dei ghiaccioli roventi

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Buongiorno cannibali, oggi lo spazio è dedicato a una scrittrice catanese Emanuela E. Abbadessa e alla sua bruciante short story…
ersilia-abbadessa-3Emanuela E. Abbadessa (perché poi nella bio tronca la E. che sta per Ersilia? È un nome bellissimo!!!), musicologa, scrittrice, giornalista, ha ideato e condotto programmi radiofonici e ha lavorato per anni nel campo della direzione artistica per l’Associazione Musicale Etnea. Ha collaborato con il Teatro Massimo di Catania. Si è occupata di comunicazione per l’Orchestra Sinfonica di Savona e l’Accademia Musicale di Savona. Insomma, donna piena di talento. Nel 2013 ha pubblicato il suo primo romanzo Capo Scirocco – ed Rizzoli, vincitore del premio Rapallo-Carige per la Donna Scrittrice 2013; a febbraio 2016 è uscito, sempre per Rizzoli, Fiammetta vincitore del premio Dessì.

UNA BRUCIANTE FRESCHEZZA
Emanuela E. Abbadessa

Non dormiva da giorni e non solo a causa del caldo che le aveva tolto anche l’appetito. Non c’è un buon momento per chiudere una relazione, ma farlo a metà luglio con le vacanze già prenotate, era stata una pessima idea. Non sua, per altro.
Quella notte se ne stava affacciata, a cercare refrigerio in un ghiacciolo al limone. Ormai si nutriva solo di quelli. Ne aveva di tutti i gusti, ciascuno di un colore diverso.
Il cane della coppia al piano di sopra continuava ad abbaiare sul balcone. Avrebbe dovuto avvisare l’amministratore.
Quando si accorse della luce accesa nell’appartamento di fronte non pensò di poter essere vista e restò lì. Non si ritrasse nemmeno vedendolo spuntare nella cornice della finestra.
Lo osservò fumare e poi schiacciare il mozzicone con le dita per far cadere la brace nel vuoto.
Forse fu la mancanza di sonno, forse il caldo soffocante, perché Giulia non era il tipo che faceva questo genere di cose. Certo, il fotografo del terzo piano l’aveva sempre incuriosita. O forse aveva una voglia di vendicarsi di Marco, del suo sesso stanco e della fuga senza spiegazioni. Per questo si sfilò la maglietta scolorita degli AC/DC, andò in cucina e prese un ghiacciolo all’amarena. Tornò alla finestra a succhiarlo, fissando davanti a sé la sagoma dell’uomo. Con la lingua ne percorreva la lunghezza sentendolo sciogliersi, assottigliarsi dentro la bocca. Una goccia di succo le scivolò lungo il mento, la raccolse col polpastrello e se lo portò alla bocca assaporandolo lentamente.
Per cinque notti, andò alla finestra. Mangiava un ghiacciolo ripetendo il rituale senza credere davvero di voler sedurre il fotografo. Non era nemmeno sicura che lui la vedesse.
Una mattina inforcò i Ray-ban e uscì per rifornirsi di ghiaccioli.
Al ritorno, davanti alla porta di casa c’era un pacco. Sembrava un quadro ma non riusciva a immaginare da dove provenisse. Nessuna etichetta, nessun mittente. Lo prese e chiuse alle sue spalle la porta del suo appartamento.
Ripose la confezione di gelati e strappò la carta che avvolgeva il pacco.
Su uno sfondo nero, cinque ghiaccioli colorati, uno accanto all’altro, prendevano fuoco con fiammelle che illuminavano la fotografia. Nell’angolo solo una frase e una firma: A searing freshness. Francesco.

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La prima domanda riguarda l’ispirazione al racconto, cioè la foto. Esiste davvero?

In giugno ero a Palazzo Ducale, a Genova, a un evento sul Food in cui erano esposte delle fotografie sul tema, uno dei due fotografi esposti era il pratese Francesco Vieri. Avevo già visto in rete alcuni suoi lavori e, dato il mio interesse per la fotografia, seguivo ciò che faceva. I suoi ersilia-abbadessa-1ghiaccioli in fiamme, A searing freshness, mi colpirono molto. Mi sembrava una splendida idea per uno still life sul cibo e mi complimentai. Non so come fu, ma scattò, imprevedibilmente per entrambi, la scintilla, d’altra parte cos’altro poteva succedere davanti a dei ghiaccioli che prendono fuoco? Così, nonostante fossimo entrambi single di lungo corso, da quel momento la nostra vita cambiò. Amore a prima vista… anzi, a primo ghiacciolo! Oggi siamo una coppia sia nella vita che nel lavoro. Il personaggio maschile del mio racconto è infatti ispirato a Francesco: mi è piaciuto pensarlo nel momento in cui crea la fotografia, magari spiato da una donna sola. Il contrasto poi tra caldo e freddo è, non solo in cucina, un elemento fortemente evocativo per me.
Accipicchia Ersilia, avrei dovuto inserire questo racconto nel post cibo-sesso! Ma non facciamoci turbare cannibali. Tornando a te in seconda battuta vorrei che mi parlassi della cucina siciliana, delle raffinatezze e influenze nei piatti siciliani che ami di più.

Amo follemente la cucina siciliana, una delle più ricche e gustose della già ricchissima tradizione italiana. Per me la cucina siciliana è l’odore della salsa nella cucina della nonna Ersilia, il suo polpettone al sugo, il biancomangiare, la sua crema di ricotta e, francamente, sono le cose che mi mancano di più della mia terra. Mi piace che sia una cucina contaminata dalle tradizioni dei popoli che sono stati in Sicilia, mi piace la fusione tra i sapori forti della terra e le spezie africane. E poi il pesce… com’è buono in Sicilia non è buono da nessun’altra parte. Ecco, l’ho detto.

Vai alla pagina dei Cannibali Vegetariani per leggere l’intervista a Emanuela E.Abbadessa

Cibo, sesso… piacere?

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CIBO, SESSO… PIACERE? Tra i binomi che vanno per la maggiore quello cibo-sesso è tra i più gettonati.

Si dice che alcuni cibi siano afrodisiaci, che una cenetta a lume di candela porti a un dopocena movimentato (ma perché non può essere una colazione a proseguire in camera da letto? Bo!), che l’uomo che cucina sia sexy (su questo dovremmo discutere), che al supermercato sia facile fare incontri interessanti…insomma sul cibo-sesso circola un cumulo di luoghi comuni dei quali parleremo col nostro esperto il Dottor Carlo Trecarichi Scavuzzo.

Carlo Psicologo, Psicoterapeuta e Sessuologo, oltre a svolgere la libera professione di Sessuologo ed essere socio fondatore di un Centro per i disturbi del comportamento alimentare a Bologna; ha maturato esperienze quale operatore del Consultorio;  nei gruppi psicoterapici e di Mutuo Aiuto; in progetti inerenti le dinamiche adolescenziali, la sessualità in pazienti psichici e in portatori di handicap. Ha pubblicato i risultati dei suoi studi su diverse riviste del settore e non.

R: Prima domanda d’obbligo: qual è la relazione fra cibo e sesso?

dCT: Quando ci sediamo a tavola, siamo attratti dalla vista, dagli odori, indi dai sapori, dalla consistenza del cibo, così come accade anche nell’incontro sessuale, ove ugualmente vengono coinvolti tutti i nostri sensi.

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R: Possiamo parlare di similitudini?

dCT: Assolutamente sì, ciò che noi viviamo attraverso le esperienze del sesso e del nutrimento, le mere sensazioni, vengono attivate nell’uomo dagli stessi circuiti cerebrali, ecco perché spesso sono legati e vissuti come le due facce di una stessa medaglia, il piacere.

Fin dalla nascita, la suzione nell’ allattamento è la prima forma di gratificazione dell’essere umano, tanto che Freud la annoverò come “fase orale”, ossia la prima zona in cui si sperimenta il piacere.

La relazione alimentare nasce proprio dal rapporto madre-bambino/a, perché nutrirsi ha le sue radici nella relazione.

Il cibo rappresenta da sempre un momento di convivialità, ossia il piacere della condivisione del cibo, così come la condivisione del piacere nella relazione sessuale.

Il piacere nel mangiare può rimandare al piacere sessuale, e viceversa. Molte sono le allusioni ed i luoghi comuni: “ti mangerei tutta”, “questo cibo è da orgasmo”…

La persona è un “tutto” ed esprime le sue caratteristiche in tutto ciò che fa, ecco come trova fondamento il luogo comune “mangi come fai l’amore”.

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R: Cioè? Può spiegare meglio questa affermazione?

dCT: Le persone tendono ad approcciarsi a ciò che fanno proprio come loro stesse sono. La persona avida, quella altruista, quella timorosa e così via. ..

Più la relazione è intima e più calano le difese psicologiche che nella vita ordinaria o lavorativa siamo costretti ad erigere. A letto si è “nudi”, si levano tutte le maschere e le persone sono autentiche. Non è sempre facile fidarsi dell’altro o di se stessi: si può vivere l’esperienza del piacere solo se ci si autorizza a provarlo, e ciò rappresenta il motivo per cui buona parte dei disturbi sessuali sono collegati alla possibilità/impossibilità di provare piacere.

Per provare piacere, quello autentico, non ci devono essere tabù, resistenze o sentimenti di inadeguatezza. Per provare piacere con “l’altro”, bisogna poter vivere e godere di una relazione sessuata. Bisogna essere “liberi” per provare piacere, il dovere è l’antitesi del piacere.

R: Il concetto di piacere-uguale-libertà è molto interessante.

dCT: La libertà è nella scelta di poter sperimentare ed autorizzarci a vivere il piacere sessuale, così come nel gusto. Non il dover alimentarsi o fare sesso.

La mancanza di intimità, di amore, di attenzioni può essere incanalata nel cibo… Ciò rappresenta la modalità più immediata e facilmente fruibile Il cibo può “ingrassare”, riempire, è l’antidepressivo per eccellenza, da sempre ha assunto la funzione di ansiolitico e antidepressivo. La tipica “fame nervosa” si può spiegare ed interpretare se pensiamo che non si mangia più per il piacere del gusto, ma per il bisogno di riempire un vuoto interno.

Al contrario, la relazione ci “riempie”. Come il cibo.

R: E il Dottor Carlo Trecarichi Scavuzzo con cosa ama riempirsi, opps, cibarsi?

dCT: Sicuramente mi piace cibarmi. In questo prediligo piatti semplici e dai sapori marcati. Mi piace sentire l’odore del cibo, la sua consistenza al palato e soprattutto il gusto. Sapori decisi e ben delineati, senza troppe sovrapposizioni di sapori. Prediligo la sfumatura sull’amaro e sul piccante.

R: Quale rapporto intercorre fra lei e i fornelli?

dCT: Intercorre sicuramente un buon rapporto. Siamo amici, ed insieme ci soddisfiamo! Mi piace cucinare, come dicevo prima nulla di particolarmente elaborato, ma di ricercato e saporito si. (Ad esempio un buon radicchio trevigiano con gorgonzola e pancetta arrotolata in forno…)

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Frutta fuori stagione di Eleonora Carta

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Le calde giornate estive sono d’ispirazione per racconti pieni di scoppiettanti risate, esotici profumi di creme solari, rosse angurie zuccherine. Scenari idilliaci per tutti, certo, ma non per Eleonora Carta che anche sotto il sole d’agosto davanti al cristallino mare di Sardegna sfodera la sua anima dark thriller in questa agghiacciante short story – da leggere con cautela.

Eleonora, originaria di Iglesias, si laurea a Cagliari in Giurisprudenza, muove i primi passi come editor per piccole case editrici e debutta sulla carta stampata con i legal thriller La consistenza dell’acqua (2013), e il seguito L’Imputato (2016) entrambi Newton Compton. Ama i gatti, la Sardegna e Stephen King, in quest’ordine preciso.  Eleonora non si muove solamente sugli scaffali delle librerie  ma anche dietro le quinte dell’editoria, organizzando eventi culturali – tra i quali iniziative inerenti al Salone del Libro di Torino –  e nel 2016 fonda l’associazione ArgoNautilus, ente promotore della Fiera del Libro di Iglesias.

 

FRUTTA FUORI STAGIONE

di Eleonora Carta

Procedeva a velocità sostenuta sulla statale mentre intorno a lui si faceva giorno. Nonostante il climatizzatore, l’abitacolo non riusciva a scaldarsi. Sembrava che il freddo radiasse perfino dai sedili, oltre che dalle plastiche e dalle lamiere dell’auto, in quell’inverno che avevano definito “il più freddo degli ultimi vent’anni”.

Rallentò al passaggio a livello incustodito, poi imboccò un piccolo ponte. Nel guardare di sotto, vide scorrere il ruscello, ed ebbe sete. O meglio, si sentì preda di un’arsura come nemmeno dopo un giorno intero di cammino nel deserto. Continuò per un chilometro, per inerzia, mentre il bisogno cresceva e diventava impellenza e gli martellava la gola. Frenò a fondo. Con una manovra vietata, invertì la marcia e in breve si ritrovò sullo sterrato. Doveva bere quell’acqua. Subito.

limputato_7581_x1000Scese dall’auto. L’aria faceva male al viso da quanto era fredda, ma il gorgogliare del ruscello lo chiamava. L’acqua era ormai a pochi passi, invitante, cristallina. Si preparò a inginocchiarsi per portarne una sorsata alla bocca, ma quello che vide, d’improvviso, fece svanire il bisogno di bere che lo aveva condotto fin lì. Accanto all’argine c’era un albero, alto almeno tre metri, tronco sinuoso, chioma verde brillante di grandi foglie lobate. E quel che aveva dell’incredibile, era che tra le foglie, c’erano i frutti: fichi neri, grossi e lucidi. Non pensava più all’acqua, ora. La sua attenzione era tutta per quei frutti, e per il profumo di cui riempivano l’aria. Una voce nella sua mente domandò se il fico crescesse a quelle latitudini, e come fosse possibile, con quel freddo, trovare dei frutti maturi sulla pianta. Ma la ignorò. Trovò un ramo basso e delicatamente ne toccò uno. Non era freddo come si sarebbe aspettato. Al contrario, sembrava mandare calore. Lo assaggiò. Era delizioso. Succoso e zuccherino, la polpa soda, solo appena gelatinosa, che racchiudeva un sapore che era al tempo stesso familiare ed esotico.

Prese a cogliere quanti più frutti poteva tenere tra le mani, e nel frattempo mangiava, uno dopo l’altro e dopo l’altro, fino a ingozzarsi. Il latte dei fichi, denso e appiccicoso, gli colava agli angoli della bocca, gli imbrattava il cappotto, gli cominciava a far prudere la pelle delle mani, ma lui non se ne curava. Non fece caso nemmeno a un uccello morto, alla base del tronco. Vide però che il sole era già alto oltre gli alberi e nel controllare l’orologio si accorse di avere perso la cognizione del tempo. Era lì da quasi due ore.

la-consistenza-dellacquaPosò i fichi che aveva raccolto sul sedile posteriore dell’auto, pulendosi il mento col dorso della mano, e ancora ingurgitandone avidamente, la bocca piena all’inverosimile. Quindi si rimise alla guida, con il rimpianto di non poterne mangiare ancora. Non ricordava più di avere avuto sete, né perché si fosse fermato, né dove stesse andando. Il profumo di quei frutti gli prendeva tutta la mente. Sporse la mano oltre il sedile ad afferrarne un altro, ma quando lo addentò, ebbe una cattiva sorpresa. Sembrava vischioso all’interno, non gelatinoso come gli altri. E il gusto era orribile. Sapeva di amaro e di marcio. Nello stesso momento sentì un rumore alle sue spalle. Un rumore liquido. Un orrendo suono gutturale di masticazione.

Alcuni automobilisti che lo incrociarono in quel momento dissero che sembrava dibattersi sul sedile come aggredito da uno sciame di api. Un terzo testimone, al lato della strada, disse solo di aver visto l’auto che sfondava il guardrail e precipitava nel vuoto.

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