Il sapore dolcesalato dei libri

downloadNel dilagare di blog – senti chi parla!- uno in particolare ha colpito i Cannibali: Il Sapor dolce salato dei libri di Daniela Morchio. Il titolo, che dice e sottintende, ci ha stuzzicato l’appetito e così lo abbiamo catturato e infilato nel pentolone. La  mamma del blog,  Daniela,  è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche. In seguito ad esperienze all’estero in alcune organizzazioni internazionali ha aperto un blog, Il Sapor dolcesalato dei libri, con lo scopo di unire la letteratura alla cucina. Più precisamente, dopo un’analisi dei libri, vengono realizzate le ricette assaporate dai protagonisti dei romanzi, con uno sguardo attento alla qualità delle materie prime e alla salute.

R: Ciao Daniela, perché questo blog? Non sarebbe bastato un semplice litblog?
D: La quotidiana arte culinaria occupa una fetta importante della narrativa, in particolar modo quella contemporanea. Talvolta impreziosisce il racconto rendendo i protagonisti amanti della buona tavola, più simili a noi. Più spesso è iltema centrale attorno cui s’intrecciano numerosi romanzi.
R: Ti riferisci ad un autore in particolare?
D: Per cominciare citerei Simonetta Agnello Hornby la cucina assume un aspetto fondamentale della sua stessa vita e quindi, di rimando, in quella dei suoi personaggi.download (1)
È il caso de “ La Monaca” Feltrinelli, che si apre con una tavolata di persone sedute a gustare lo sfincione, un impasto tipico del palermitano e del trapanese simile ad una pizza“Poi diede a Carmela, che non si staccava dal suo fianco, un pezzo di sfincione alla palermitana -un letto di cipolle bollite e affettate, con pezzettini di acciughe e caciocavallo mescolati nell’impasto e appena visibili, e coperto da un croccante strato di pangrattato  spruzzato di olio d’oliva – e addentò il suo, conzato con patate tagliate sottili e melanzane.”
All’interno di un’altra sua opera, questa volta edita da Sellerio, “Un filo d’olio”, ben 28 ricette riportate fedelmente dalla sorella Chiara alla fine del libro, accompagnano l’infanzia della famiglia Agnello durante i mesi estivi trascorsi a Mosè, la tenuta di campagna nell’agrigentino. Assaporiamo,la minestrina primaverile di Giovannina, il cui segreto “era la lentissima cottura durante la quale gli ingredienti erano aggiunti uno alla volta, per non scuocerne nessuno.” Continuando con i primi ci imbattiamo nel lento rituale della preparazione della salsa di pomodoro:“La cottura iniziava dopo che il pomodoro, messo a bollire per una buona mezz’ora, era stato spremuto togliendo pelle e semi, ma c’erano due scuole riguardo alla preparazione della salsa «normale». Quella agrigentina prevedeva esclusivamente l’aglio[…] Quella palermitana prevedeva invece la cipolla.”Tra le portate principali annoveriamo poi dei “falsi” comeLa finta trippa di frittatine gialle, tagliate in strisce sottili e condite con pomodoro pelato e uno spruzzo di parmigiano, era più gustosa della trippa vera.” Oppure la tuma all’argientiera  con l’ambizione di  camuffarsi in un succulento filetto “che evocava in me immagini di bagliori di candelabri, porcellana fina e tovaglie impreziosite di download (2)merletti.”Proseguiamo nel nostro menù con le polpette di melanzane:“Oltre alla polpa di melanzana ben scolata e schiacciata con la forchetta, Filomena aveva già disposto gli ingredienti sulla balata di marmo ognuno nel proprio piatto, come le aveva insegnato mamma: mollica di pane, mentuccia e prezzemolo tritati, uova, sale, pepe, latte e caciocavallo grattugiato.”Non possono mancare certo i dolci:“Zia Teresa e mamma preparavano biscotti, pasticciotti con crema o amarena, panzerotti ripieni di crema di ricotta e cioccolato, spruzzati di zucchero a velo, e crostate.” E ancora“ Il biancomangiare era uno dei miei dolci preferiti. Ci volevano due giorni per prepararlo”. Terminiamo quest’abbuffata con un fresco gelo di mellone“ovvero di anguria. Mi piaceva spremere la polpa con le mani, pigiarla contro la superficie bucherellata del vecchio passapomodoro di alluminio – una specie di grattugia senza denti – e ascoltare il gocciolio del succo sul metallo”.
R: Che meraviglia! Negli scritti di Simonetta Agnello Hornby si respira molta Sicilia.
D: Eh sì, e restando sempre in Sicilia, è d’obbligo menzionare la scrittrice Giuseppina Torregrossa. Tra le tante prelibatezzene “Il figlio maschio”, Rizzoli,spicca la brioscia e granita con il tuppo“ Gustava poi la brioscia cominciando dal tuppo che spalmava di panna, prima di poggiarlo sulla lingua. La sua bocca si spalancava per non sprecare neanche una goccia di quell’adorato dolce.”
download (3)Ritroviamo integralmente questa ricetta in“Panza e Prisenza” pubblicato per Mondadori, un giallo in cui svariate ghiottonerie si amalgamano perfettamente al racconto. Tra un’indagine e un’altra della commissaria Marò, affondiamo la forchetta in un piatto di maccheroni alla paolina«C’è la pasta alla paolina, Sasà, piena di acciughe e salatissima, proprio come piace  te.»”Addentiamo spaghetti conUova di ricci, è quello che ci vuole” pensò. “E chissà che non sortiscano qualche effetto miracoloso.” Assaporiamo «Pasta con le sarde a mare» annunciò trionfale Marò. «Ti dimenticasti di comprare le sarde?» Il solito sarcasmo di Sasà. «No, è che era tardi e ho dovuto arrangiarmi.»”Pregustiamo una semplice «Pasta con le pezze! La minestra può sembrare una follia nel periodo estivo, ma per contrastare il caldo ci vuole altro caldo…”

R: Spostandoci in un’altra zona dello stivale cosa ci puoi raccontare?
D: Diciamo che se Feuerbach diceva che siamo quello che mangiamo, Clara Sereni sposa appieno questo pensiero e lo traduce in un libro “Casalinghitudine”, Einaudi, in cui ripercorre, con salti temporali che seguono soltanto il filo logico del menù, la sua storia personale, fatta di gente o di momenti storici, attraverso dei piatti, la cui spiegazione viene dettagliatamente mostrata a fronte. I manicaretti che incontriamo sono davvero tantissimi.I crostini di pane raffermorappresentano Nonna Alfonsa “Quando ho cominciato a farli in casa mia, i crostini, per un certo tempo ho usato il pane fresco: bisogna pur sprecare qualcosa, per recidere un cordone ombelicale”. L’amore verso la sua nuova mamma è legato a dei pomodori a funghetto. “Per stuzzicare l’appetito e mostrarsi padrona di casa, mammina mandò in tavola pomodori a funghetto e creatività, a me riservò i cuori di lattuga ed altre palpabili delicatezze.” Dei semplici gnocchi al semolino descrivono la zia Mela “Ce ne andavamo a prepararli nella sua cucina, noi due sole, mentre di là fervevano i preparativi. Imburrava la teglia e ritagliava i dischetti con una cura quasi religiosa”.

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La sposa col nastro blu – di Valentina Cebeni

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Come far esprimere al meglio ad uno scrittore il suo sentimento verso il cibo? Attraverso una scritto, un racconto – o una short story per darci un tono. Intendiamoci, scrivere un racconto non è affatto facile per un autore che normalmente si cimenta con romanzi che sviluppano trame e personaggi in centinaia e centinaia di pagine, ma noi abbiamo ci provato. Qualcuno ha detto di no, altri hanno accettato, ignari…Coloro che hanno raccolto questa sfida riceveranno un doppio plauso, per essere stati intrepidi nel ridurre in poche righe la propria voglia di raccontare e per aver avuto coraggio di rischiare di finire in un pentolone fumante. La prima temeraria autrice è Valentina Cebeni, scrittrice di romance, romana con il mare della Sardegna nel cuore. Amante della cucina di cui si è innamorata follemente proprio per riscoprire i legami con le radici della sua famiglia, è anche e soprattutto una lettrice accanita, che approda alla scrittura dopo lunghe peregrinazioni tra i grandi maestri della letteratura e maratone estive de La signora in giallo. Valentina coltiva sin dall’adolescenza la passione per la scrittura con la disciplina di un monaco tibetano, decisa a indagare attraverso le voci dei suoi personaggi fra le pieghe dell’animo umano. Il suo in primis. Nel 2013 pubblica il suo romanzo d’esordio, L’ultimo battito del cuore con Giunti Editore. A Febbraio 2016 esce in libreria il suo nuovo romanzo La Ricetta Segreta per un Sogno, edito da Garzanti.

Di seguito il suo racconto scritto per  i CANNIBALI VEGETARIANI.

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LA SPOSA COL NASTRO BLU

Valentina Cebeni

Oggi mi sposo. La tradizione impone che la sposa indossi qualcosa di nuovo, di blu e di prestato. Io non ho mai creduto a certe tradizioni, ma quando l’ho detto a mia nonna lei mi ha intimato di non sfidare la sorte. “Ci sono regole che sono state scritte prima di noi, e dobbiamo rispettarle”; me lo ripeteva sempre, quando alla vigilia di ogni esame la vedevo accendere una candela e bisbigliare una preghiera. Per anni ho creduto che il buon esito dei miei studi fosse dovuto al mio impegno, ma oggi, ora che seduta davanti allo specchio davanti a un’altra me, più bella, radiosa e un po’ spaventata all’idea di cambiare vita, stringo fra le dita il nastro di raso blu in cui agli albori del ‘900 era stata avvolta la sua corona di pane nuziale, come si usava al suo paese, sento che c’era molto più di qualche preghiera in quel gesto.
Vale cebeni (3)C’era la speranza, sogni affidati, pensieri, battiti e sospiri. Gli stessi che oggi per ironia del destino affido alla schiena del mio quasi marito, quando lo saluto nella gelida sala partenze dell’aeroporto pronto per andare a salvare qualche povera creatura in un angolo sventurato di mondo. È un medico, conosciuto il giorno in cui uno tsunami investì il villaggio vacanze in cui avevo deciso di spendere il bottino della mia festa di laurea. Un viaggio da sogno trasformatosi in un incubo per molti, ma non per me che in tutta quella devastazione ho trovato il senso della vita. Ho respirato morte per giorni, laggiù, ma anche tanta umanità, tanto calore sbocciato fra sconosciuti come l’arcobaleno dopo il temporale che non ti aspetti.

Ho visto donne che stringevano forte al petto figli che non erano loro, come se fossero sangue del loro sangue, che portavano bidoni di caffè per i medici al lavoro H24 e vestiti puliti ai degenti. Ho visto più vita, pietà, fratellanza fra quelle facce sporche di fango che in trentanni di attività nel volontariato del mio quartiere radical chic. E poi ho visto lui, l’uomo di cui fra qualche ora acquisirò il cognome, che ha usato la scusa della mia ferita alla testa da controllare per tornare a trovarmi ogni giorno.

….. continua

 

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Arte e cibo, connubio antico

Vucciria

Arte e cibo, connubio antico. Infatti le nature morte e i quadri religiosi sono da sempre i soggetti preferiti dagli artisti. Come avrete intuito (intuitivi!) oggi si parlerà di arte, e infatti i Cannibali hanno catturato nel loro pentolone  Erika Mennella, insegnante di Storia dell’Arte e contributor editor di alcune riviste letterarie.Sogno trasformato

Erikanasce a Bordighera e intraprendendo gli studi universitari incontra i carruggi genovesi chenon abbandonerà più. Abbandona invece volentieri la tecnologia, sniffando carta stampata e prendendo in mano i pennelli tutte le volte che può. Sceneggiatrice di alcuni cortometraggi che hanno vinto premi e riconoscimenti in realtà nazionali e internazionali, partecipa in modo attivo a diversi eventi culturali e non è in grado di sprecare il tempo, tranne al mare, il suo più grande vizio oltre alla musica classica e le trofie con il pesto.Warhol

  1. Ricapitolando  Erika, tu vivi a Genova, usi la penna, i pennelli, cucini le trofie e insegni.
  2. Sì. E la ricetta che uso con i miei alunni è la stessa che si utilizza in cucina: pazienza, amorevolezza e fermezza. Immagina uno chef indeciso nell’utilizzo della Sac à Poche o frettoloso nella cottura del ragù! Arte e cibo… Hanno molto più in comune di quello che si pensa e soprattutto il connubio ha origini antichissime.1559653_10205599365257533_5161230578243268194_n
  3. Per esempio?
  4. Mi vengono in mente i mosaici del II sec d.C (oggi conservati ai Musei Vaticani), dove venivano riprodotti i resti alimentari, che avevano valenza spirituale in quanto i romani banchettavano nell’Atrium, la stanza sotto la quale dormivano i loro antenati, per questo motivo i “resti” del cibo venivano considerati omaggio alla loro memoria e i resti che finivano per terra erano intoccabili. Per non parlare dei quadri dove venivano riprodotte le scene locali agricole, il tipico scenario di periferia: la donna che cucina, l’uomo che va nei campi e la bambina che raccoglie l’acqua dal fiume, idem per l’allevamento, che spesso poi andava venduto nel mercato. A questo proposito il mio preferito, per rimanere in Italia è “Vucciria – Il mercato di Palermo”, tela in cui Guttuso celebra le “balate” del sud da cui era tanto affascinato. Pesce, carni, mercanti, frutta, donne con sacchetti, si riesce quasi a percepire la magia del cibo lì, quella MANGIATORI DI RICOTTAancestrale e genuina non quella di oggi che invade ogni canale mediatico. Spesso poi il cibo è stato riprodotto anche in occasioni più “alte”. In presenza di monarchi per esempio, celebri sono le tele che ritraggono Carlo IV di Francia e il figlio Venceslao IV che certo non si risparmiavano in quanto a cibo, entrambi buone forchette. Adoravano farsi ritrarre da Jean Fouquet, artista famoso infatti solo per le serie di “Banchetti Reali”. Ma poi c’è il contraltare: tra il XV e il XVI secolo il cibo diventa strumento per raccontare i più poveri, che se lo dovevano sudare quel pane. Basti pensare al “Mangiatore di fagioli” di Annibale Carracci o ai “Mangiatori di ricotta” di Vincenzo Campi, anche se tra questi <<mangiatori>> io preferisco i “Mangiatori di patate” di Van Gogh, dove si respira l’emarginazione di una condizione umile e tragica, ho sempre fatto il tifo per gli emarginati.Paol Ito

Come dice una celebre canzone – una delle mie preferite in assoluto – “Ha tutte le carte in regola per essere un artista. Ha un carattere melanconico, beve come un irlandese. Se incontra un disperato non chiede spiegazioni. Divide la sua cena con pittori ciechi, musicisti sordi, giocatori sfortunati, scrittori monchi.”

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Le ricette dello sceneggiatore

Salvatore Basile

Luglio col bene che ti voglio vedrai non finirà, ya ya ya ya, cantava Riccardo del Turco nel 1968, invece tutti noi speriamo che almeno finiscano queste torride-orride temperature. Ma veniamo a noi, cari cannibali, oggi parleremo “di e con”… Salvatore Basile.

Salvatore, napoletano di nascita romano di adozione è una personalità vivace e talentuosa che nella vita ha seguito percorsi dettati dal sacro fuoco di …fare ciò che gli piaceva quando pareva a lui J. Basta dire che nel periodo della formazione universitaria ha intrapreso prima Medicina, poi Sociologia e infine Psicologia senza portarne a termine nessuna anche perché nel frattempo si dedicava al jazz come  batterista professionista. Anni dopo lo troviamo come sceneggiare di serie tv quali – alcune fra tutte –  Il sindaco pescatore, Il Giudice Mastrangelo, Una pallottola nel cuore, Un passo dal cielo, Barabba, Giovanni Paolo II e molte altre. Inoltre è regista tv, una tra tutte la serie Don Matteo.  Ho incontrato Salvatore dopo aver letto il suo libro Lo strano viaggio di un oggetto smarrito – Garzanti (eh sì, è anche uno scrittore!) romanzo delizioso che vi consiglio di infilare in valigia, se andate in vacanza, o di mettere sul comodino se, come me, rimarrete a casa… insomma fate come volete ma leggetelo!

COPERTINA DEL LIBRO

Buongiorno Salvatore, come mai ti definisci “un uomo in ritardo”?

In realtà ho avuto una partenza bruciante. A soli dieci mesi già camminavo e pronunciavo le prime parole. Poi, ho iniziato ad apprezzare le lentezza e da quel momento la mia vita si è svolta in un perenne ritardo: ho iniziato a scrivere sceneggiature a 36 anni (prima avevo fatto il batterista jazz e l’impiegato), a 41 ho cominciato a fumare, sposato a 43 e così via…

Perfino la decisione di scrivere un romanzo è arrivata tardi, alle soglie dei 59 anni. Forse è destino che debba aspettare l’urgenza, prima di mettermi in moto.

Sei un uomo che cucina, scongela o mangia e basta?

Adoro cucinare. Spesso invento ricette, nel senso che sono un cuoco da improvvisazione: apro il frigorifero e uso ciò che trovo, spesso con ottimi risultati, devo dire. Un esempio? Tempo fa, una delle mie due figlie aveva voglia di una pasta alla carbonara. Apro il frigo, afferro il guanciale… ma mi accorgo di non avere neanche un uovo. Non mi sono perso d’animo: ho soffritto la pancetta, come da tradizione, poi ho aggiunto un vasetto di yogurt magro e dello zafferano che ha colorato il tutto di giallo ocra, proprio come l’intigolo della carbonara. Ho solo aggiunto della salvia fresca, per stemperare un po’ l’acidità dello yogurt e poi del parmigiano grattugiato. Morale: le mie figlie mi chiedono spesso di rifare la “finta carbonara”. Sono soddisfazioni.

ingredienti pasta

 

Chi ti ha insegnato a cucinare?

Ho imparato i primi rudimenti dalle mie nonne, a Napoli. Le osservavo mentre cucinavano e prendevo nota mentalmente. Di conseguenza, cucino alla napoletana vecchia maniera: ragù, sartù di riso, paste al forno ipercondite, sughi alla puttanesca, zuppe di pesce. Dalla cultura gastronomica napoletana ho anche appreso l’arte della ricetta “a perdere”, cioè priva degli ingredienti costosi. Gli spaghetti alla “vongola fujuta” (vongola fuggita) ne sono un classico esempio. Si prepara in padella il più classico degli “aglio e olio”, poi si aggiunge del prezzemolo fresco. Prima di scolare la pasta, si aggiunge all’olio, all’aglio e al prezzemolo, un mestolo di acqua di cottura della stessa pasta. E’ salata, quindi riproduce quasi fedelmente l’acqua di mare che estraggono le vongole quando si aprono nella pentola. Il risultato è stupefacente: c’è il sapore della “pasta alle vongole”, ma senza neanche l’ombra dei saporitissimi molluschi.

Napoli

 

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Pappa al pomodoro con Andy Luotto

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Cari cannibali, se dico Andy Luotto il vostro pensiero andrà sicuramente a un simpatico ragazzo barbuto pseudo arabo della premiata ditta Renzo Arbore & c. e alla sua laconica frase  buono, no buono.  Come sempre dietro a un personaggio c’è di più, ma dietro a Andy Luotto c’è una vera e propria sceneggiatura degna di una fiction in prima serata. E, sorpresa, c’è soprattutto un cuoco, ed Libroecco perché siamo andati a stanarlo. Andrè Paul Luotto il suo vero nome, nato in America e trasferitosi in Italia nel 1965 per fuggire al riformatorio, passava buona parte del suo tempo in cucina con la governante Maria Illuminati. Proprio grazie a lei  sempre tra i fornelli, tra ingredienti veramente buoni o davanti a una pentola dentro la quale scoppiettava una salsa profumata e golosa, Andy capì che voleva fare il cuoco.  L’ingrediente fondamentale? L’olio extra vergine di oliva, spina dorsale della dieta mediterranea e della sua cucina.  Ha scritto due libri che permettono di conoscerlo meglio: Faccia da chef (Anteprima Edizioni) e Padella Story (Reverdito Edizioni). Oggi lavora al neonato progetto di Luotto Factory con una squadra che è la stessa con cui apre il suo nuovo tempio della cucina nel cuore di Roma, all’interno del prestigioso palazzo Doria Pamphili: il Ristorante Là.

Cibo-cinema, connubio che affascina, sul set e soprattutto nel backstage, cosa ci puoi raccontare in proposito? 

Il ricordo migliore di cinema e cibo, anche se ce ne sono parecchi, è legato alle riprese del film “La tregua” per la regia di Francesco Rosi. Eravamo in Ucraina, dove si mangiava malissimo, così avevo  trasformato la mia camera da letto in un piccolo ristorantino dove davo da mangiare a non più di 5 persone al giorno. Ogni tanto ne venivano 6 o 7. Comunque smontavo le ante dell’armadio, avevo comprato un fornello a gas, avevo delle padelle, andavo a fare la spesa al mercato dei contadini. Facevo di tutto: i ravioli, gli agnolotti, la pasta, gli arrosti. La materia prima era eccelsa perché i contadini, come sempre in qualunque parte del mondo, sanno il fatto loro.

scena film La tregua

Sempre sul cinema, so che servi delle polpette speciali, legate a Sophia Loren e Marcello Mastroianni…

Delle polpette me ne sono innamorato, non so nello specifico come nascono. Al ristorante del Safa Palatino, vicino gli studi cinematografici, tra gli anni’ 60 e ‘70 c’erano le polpette di lesso. In origine le mangiavano i cuochi perché quando nei ristoranti si faceva il brodo, con la carne i cuochi preparavano le polpette, mica la buttavano. Spesso con un po’ di pane ammollato, a volte con la patata. Poi le friggevano e le mangiavano. Le polpette nascono lì.

In questo ristorante a Roma si dice, e l’ho visto anche io, che ne andavano golosi sia Marcello Mastroianni che Sophia Loren. Quando ho aperto il ristorante a Sutri ho messo le polpette nel menù. Sul menù c’era scritto “polpette di lesso” non ne andava via neanche una. Poi abbiamo avuto l’idea di mettere “ polpette di Sophia e Marcello”. Non sono più riuscito a levarle dal menù.

disegno menù polpette

Il marketing è tutto, non c’è nulla da fare. Qual è la tua ricetta preferita?

La mia ricetta preferita è lo spaghetto al pomodoro.

Un classico, direi! E il cliente più esigente?

Il cliente più esigente? Si chiama Luigi Cremona, è un critico enogastronomico che, in pratica, non mangia. Fa degli assaggini come un uccellino malato. Lo chef Del Sesto, mio braccio destro del ristorante Là, lo conosce bene. Però si sa che quando dai una cosa a Luigi Cremona, che ha un palato diverso dagli altri, anche se è una briciola di qualcosa, quella briciola deve essere come si deve. Perché lui sa. Diversamente da tantissimi altri critici e non sto qui a fare i nomi. Posso raccontare solo che una volta un caporedattore romano di una rivista prestigiosissima era arrivato tardi al ristorante, era finito il pane, avevo solo il pane precotto, surgelato. L’ho preparato mettendo su erbette, rosmarino, ecc.. Lui nell’articolo scrisse: “andate, se non altro per il pane che fa Luotto”. Ed era il pane surgelato. Il livello della maggior parte dei critici è questo. Adesso mi odieranno tutti i critici. Però Luigi no.

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Libro 1

Alessandro Borghese, da Sanremo qualche trucco e…

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Lo ammetto, ho resistito qualche puntata poi ci sono cascata, dopo critici cinematografici, registi ed esperti horror ho infilato nel pentolone uno chef! Scusate, ma è stato più forte di me. L’occasione era ghiotta: lo chef Alessandro Borghese ha aperto un temporary restaurant al Casinò di Sanremo (che cos’è un temporary restaurant?), e non potevo assolutamente lasciarmelo scappare.

Lo intervisto durante un assolato pomeriggio di inizio estate in un dehor di Via Matteotti, a metà tra l’Ariston e il Casino.

Meglio parlare di canzoni o di cucina, ci domandiamo. Cucina, cucina, non abbiamo dubbi.

Alessandro Borghese (1)

 

Inutile raccontare chi sia Alessandro Borghese, noto volto della TV, chef esuberante e fuori dalle righe. Ad ogni modo se qualcuno avesse vissuto gli ultimi 10 anni in un capsula spaziale legga le prossime quattro righe e verrà edotto in merito. Lo chef Alessandro Borghese nasce a San Francisco e dopo il diploma all’American Overseas School di Roma, si imbarca per tre anni sulle navi da crociera, le sue esperienze culinarie continuano nei ristoranti di San Francisco, New York, Londra, Parigi, Copenaghen, Roma e Milano. È uno dei tre giudici dell’edizione italiana di “Junior MasterChef“, conduce “Alessandro Borghese 4 Ristoranti” e “Alessandro Borghese Kitchen Sound”. È l’unico social chef italiano che gestisce in prima persona i suoi canali social. (forte!)

Un temporary restaurant al Casinò di Sanremo…che cos’è?
Il Temporary Restaurant “AB – il lusso della semplicità” è location d’alta cucina, dove i miei ospiti possono provare i miei piatti, direttamente dal Casinò di Sanremo con menu che si rinnovano ogni settimana, che puntano a valorizzare la grande tradizione culinaria del territorio attraverso mie interpretazioni e rivisitazioni della magnifica cultura culinaria italiana. Ho pensato anche ai miei piccoli ospiti, preparando un menu gourmet pensato esclusivamente per loro.

Che tipo di cucina offri al Temporary Restaurant “AB – il lusso della semplicità” a Sanremo?
Spesso arrivo al mattino e dico ai miei ragazzi: “sapete, ho avuto stanotte l’ispirazione per un nuovo piatto”. Insieme impostiamo le linee generali e poi testiamo i piatti direttamente con tutto il team. Ricordo che il mio panino di pesce e il mio Savarin sono nati dopo quella passeggiata al Louvre con del buon rock nelle orecchie. L’arte provoca e ci comunica, attraverso i colori, le sensazioni, gli elementi, la luce. Dipende solo da cosa riesci a vedere e sentire.

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