Natale in stile Regency dal libro “Un tè con Mr Darcy”

Natale in stile Regency, ancora un racconto natalizio tratto dalle pagine del libro, “Un tè con Mr Darcy” scritto con l’amica Silvia Casini e l’amico Francesco Pasqua.

Chiudi gli occhi ed immagina di essere ad una festa per l’imminente Natale insieme a Jane Austen e alla sorella, o insieme a Mr Darcy ed Elizabeth. Vischio, agrifoglio e piante aromatiche addobbano la casa…siamo in pieno stile Regency o stile georgiano.

Nell’Inghilterra di fine XVIII secolo, dopo l’embargo del Natale imposto dai Puritani, si ricominciò a festeggiare la stagione dello Yule, il ceppo natalizio messo ad ardere nel caminetto la notte diNatale.

Prima dell’epoca Regency, però, Oliver Cromwell nel 1644 aveva deciso di bandire il Natale, sostenendo che favoriva i piaceri dei sensi che ne obnubilavano l’essenza religiosa. I Puritani in generale non lo amavano perché lo associavano alla Chiesa di Roma, e sostenevano che nelle Sacre Scritture non ci fosse alcuna menzione del 25 dicembre.

In sostanza, secondo loro era soltanto un tentativo della Chiesa di incorporare la festività del solstizio d’inverno, epurandola del suo significato profano e attribuendogliene uno sacro.

Ecco perché i canti diNatale erano stati proibiti, e chiunque si fosse azzardato a cucinare un’oca, una torta
o un pudding natalizio sarebbe stato punito con la confisca del bene incriminato e multe salate.

Fortunatamente, il periodo Regency è diverso. E se diciamo Regency, ci viene spontaneo associarlo a Jane Austen e a sua sorella Cassandra. Entrambe vivono nell’era georgiana (1714-1830), molto più liberale nei confronti del Natale.

Il periodo georgiano prende il nome da George, il primo dei quattro Hannover a essere insignito della corona reale in suolo britannico.

Il periodo della reggenza degli Hannover, da George I a George IV, viene chiamato Regency. E parlando di Regency si parla quasi per antonomasia di Jane Austen, identificando quel periodo storico con la pubblicazione e la diffusione dei

suoi romanzi.
Jane e Cassandra, a Natale, erano solite decorare la loro dimora, il rettorato di Steventon, con agrifoglio, alloro, rosmarino ed edera. Anche la frutta fresca (specie arance, mele e limoni) veniva usata per addobbare la casa nel giorno della Vigilia.

Si trattava di un momento di preparativi festosi e di grande movimento, soprattutto in cucina.

Il pranzo natalizio si svolgeva nel pomeriggio ed era più simile a una cena.

L’albero di Natale non era ancora consuetudine nelle case inglesi, mentre il ceppo natalizio, quello che ardeva nel camino con il suo ruggente fuoco, era una tradizione ben radicata. Il ceppo di Yule, di fatto, era immancabile. Le ghirlande, l’agrifoglio e il vischio erano elementi decorativi molto diffusi, perché derivavano dagli antichi Celti e simboleggiavano il solstizio d’inverno.

Per quanto concerneva i biglietti di auguri, nel periodo Regency vigevano le lettere vergate a mano, che venivano affidate alle diligenze.

Lo scambio dei doni non era molto popolare: sarà l’epoca vittoriana a introdurlo, dapprima sotto forma di dolci e frutta da appendere all’albero di Natale, poi sotto forma di piccoli oggetti utili e infine con l’espressione dei desideri.

A livello gastronomico, le carni (maiale, oca, pollo e tacchino) costituivano le portate principali.

Le verdure che accompagnavano le portate erano per lo più cavoli, cavoletti, patate e abbinamenti con nocciole e castagne.

I dolci erano amatissimi, e di certo non poteva mancare sulle tavole Regency il pudding, un budino che aveva una valenza

beneaugurale.

Al suo interno venivano inserite monetine, o addirittura anelli. Chi li ritrovava, aveva davanti un anno fortunato… o perfino

un matrimonio.
Tra le altre leccornie, c’erano i biscotti speziati e la mince pie, una torta ripiena che richiedeva svariate settimane di preparazione e la cui origine risaliva addirittura all’epoca delle Crociate.
Una torta natalizia in voga epoca georgiana era la twelfth cake, un dolce molto ricco che veniva distribuito a tutta la famiglia. Tradizionalmente conteneva un fagiolo e un pisello secco. L’uomo la cui fetta conteneva il fagiolo era eletto re per la notte; la donna che trovava il pisello era la regina.

La festa di Natale di norma iniziava nel pomeriggio, verso le 16, e consisteva in una sorta di allegra riunione. Si mangiava, si stava in compagnia, si suonava, si cantava e si danzava.

Sir Roger de Coverley era un tipico ballo dell’epoca che veniva eseguito in onore alla stagione invernale. Nelle case più importanti il brindisi si faceva in presenza della servitù, che in questa occasione era chiamata a festeggiare insieme a tutti i presenti.

Persino il bacio sotto al vischio era già popolare ed era considerato un’occasione unica, visto che all’epoca era strettamente vietato il contatto tra uomini e donne.

I festeggiamenti terminavano la dodicesima notte dopo Natale, che coincideva con l’Epifania. Alla sera, tutte le decorazioni venivano raccolte e il verde bruciato nel camino, con gli ultimi resti del ceppo: tenerle oltre il tempo stabilito portava sfortuna.

Il wassail (nell’inglese antico was hál, letteralmente “alla salute”) era un hot punch a base di birra, miele e spezie nato nel sud dell’Inghilterra durante il Medioevo, che in epoca Regency veniva preparato proprio in occasione della dodicesima notte e offerto agli amici in visita. Questa tradizione, poi, in epoca vittoriana sfocerà nel caroling.

Fra le altre bevande, sulla tavola di Natale non mancavano vini e, a fine pasto, il Porto.

Il Natale in stile Regency di Jane Austen

Anche Jane Austen festeggiava i dodici giorni di Natale con un turbinio di giochi, come sciarade e tableaux vivants (rappresentazioni di quadri viventi), balli, pietanze natalizie e punch speziati.
Va anche detto che il Natale Regency era un flusso costante di ospiti: c’era sempre un viavai di gente e soprattutto di giovani in età da matrimonio (o da fidanzamento) di ritorno da università, rettorati e navi della Marina inglese. Di fatto, oltre a essere la stagione della gioia, era anche quella del match-making. Per farla breve, era il momento di accasare le fanciulle in età da marito che rischiavano di vedersi condannate a una vita solitaria da zitelle.

Ad esempio, il Natale del 1795 è particolarmente significativo per Jane Austen: a vent’anni si innamora e si ritrova per la prima volta col cuore spezzato. La sua infatuazione aveva un nome ben preciso: l’affascinante Thomas Langlois Lefroy, uno studente di legge di origini irlandesi, arrivato in Inghilterra per trascorrere le festività con sua zia Madame Lefroy.
Va da sé che galeotti erano i balli, perché, complici il rumore e la
confusione di sale affollate, erano una ghiotta occasione per parlare
privatamente con persone dell’altro sesso.

Rimaneva comunque tutta una serie di norme sociali da rispettare: per esempio, non si può danzare con una fanciulla che non si conosce senza prima aver chiesto di essere presentati; ballare con uno sconosciuto può portare una ragazza alla rovina sociale; se una ragazza rifiuta di ballare con qualcuno che non le garba, deve rifiutare di ballare con tutti gli altri.

A vent’anni, Jane adorava le danze, seguiva le ultime mode ed era in-
stancabile. Flirtando apertamente con Tom nelle sale da ballo e attiran-
do l’attenzione di tutti, diventò oggetto di pettegolezzi.

Jane nutriva grandi speranze, ma Tom, per evitare le conseguenze di
un fidanzamento disastroso tra loro, verrà costretto dalla sua famiglia
a partire per Londra. La famiglia di Tom era povera, la sua istruzione

era pagata da un vecchio zio benestante; la stessa Jane non aveva di certo una dote che potesse permetterle di sposarsi per amore. I due erano destinati a non stare insieme. E proprio il giorno del fidanzamento mancato, Jane scrisse alla sorella Cassandra: “Alla fine è giunto il giorno che ha messo termine al mio flirt con Tom Lefroy, e quando riceverai questa mia lettera, tutto sarà già finito. Alla sola idea, lacrime di malinconia scorrono copiose mentre scrivo”.

Di quell’amore mai sbocciato, Jane portò con sé l’amara consapevolezza della fragilità del cuore umano e il dolore della perdita.

Questo racconto è tratto dal libro:

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